LAVORO CERCASI by Luigi Amato Kunst

 

 

by Luigi Amato Kunst

Secondo la retorica della comunicazione sociale si teorizza che il “posto fisso” fornisca il biglietto per uscire dall’instabilità e che “far soldi” sia il biglietto per uscire dalla paura.

la domanda è come sia possibile che un “posto fisso e stabile” possa incarnare la speranza di liberarsi, magicamente, dalla sofferenza. Perché una cura sociale possa sorreggere una simile fantasia è necessario investire “il posto fisso e stabile” di un ruolo centrale nella società. Allo stesso modo per cui nel linguaggio del Sé vengono impiegati termini come “Prozac e depressione”, per dire qualcosa su noi stessi e la nostra esistenza, così usiamo termini come “impiego e felicità” per esprimere qualcosa circa la nostra personale soddisfazione del vivere.

Ma sorge il sospetto che, allo stesso modo in cui si parla di medicalizzazione della società, per vendere il Prozac, o usare il l’antidepressivo come unica forma di dialogo tra medico e paziente, o circoscrivere al farmaco insieme ad un “protocollo” psicoterapeutico la soluzione del problema esistenziale, allo stesso modo una impiegatizzazione dello stato sociale, cerca di comunicare ai cittadini speranza e felicità, tramite “il posto” o “l’impiego” o “l’occupazione” che non rappresentano la cura sociale ma semmai l’unica grammatica possibile di un potere rappresentativo senza più orizzonti.  

Come A. Ehrenberg ci ricorda (1998, La fatigue d’etre soi. Dépression et societè), la società si è spostata da un modello di comportamento basato sulla disciplina, sulle regole ed il rispetto dei tabù che conferivano a ciascuna classe sociale uno specifico destino, verso un modello che predilige l’iniziativa personale, e dunque le depressioni sono connesse con il fallimento più che con la disoccupazione. Scambiare la disoccupazione per fallimento della persona è un errore categoriale, in quanto connette in modo troppo stretto individuo ed il suo “l’impiego da occupato”, senza tenere in debita considerazione l’individuo ed il suo “impiego esistenziale”.  

La reazione a questa dislocazione sociale è la depressione, come “malattia della responsabilità” dove il sentimento dominante è senso di fallimento. Questa idea dell’essere senza impiego si radica nel conflitto tra capitale e lavoro, ma la sociologia contemporanea ha escluso ormai il “conflitto di classe” (Rifkling, Moulier Boutang, Negri, Nash), sostituendo al conflitto tra capitale e lavoro, il flusso delle informazioni (Appadurai).

Il termine “lavoro” dovrebbe essere ormai maggiormente connesso al concetto di “lavorare per evolversi” più che “a lavorare per avere.

Il principio che sosteneva La Ricchezza delle Nazioni (1776), ossia la divisione del lavoro localizzata, definita per singolo luogo produttivo sta lentamente scomparendo nell’era della globalizzazione. Se tutto è interconnesso e deterritorializzato (Ericksen 2001; Rosa 2013), l’individuo singolo entra in conflitto con il la manifattura localizzata e suddivisa per mansioni, ossia con la Nazione di Adam Smith. Essere troppo specializzati è superato ed obsoleto. Infatti nell’era della deterritorializzazione, alla specializzazione dev’essere connessa una totalità di autodeterminazione, in cui l’offerta della specializzazione è un attributo dell’individuo, non più sostanza che identifica il soggetto.

Essere super -specializzati può rivelarsi un principio che non incarna più la profondità, ma piuttosto l’isolamento.

Nel medioevo era molto sviluppata la nozione del vagabondare che, a differenza dell’accezione moderna, era legata spesso allo studio. I clerici vagantes erano studenti, spesso appartenenti al clero, che si muovevano costantemente per assistere alle lezioni in diverse università. Il cerusico era una specie di medico, che viaggiava continuamente.

La fortuna dell’uomo era legata all’imprevisto, alla sua capacità di adattamento, alla sua arte di sopravvivere.

 “Fare soldi” è il residuo non sostanziale del lavoro. Contrastare la disoccupazione acquisisce il senso di “non essere più impiegati”, di non dipendere troppo da qualcun altro o qualcos’altro. Questo cambio epocale consente opportunità inattese. 

L’idea industriale, produttiva, legata alle merci, secondo cui l’esistenza dell’uomo è lineare, con gli stessi conti, le stesse entrate, la crescita costante, futuro previsto, ha prodotto lo strapotere dei governi che decidono delle politiche sociali e contrattuali e ad una perdita pressoché assoluta di adattamento dell’uomo, anche se accompagnato da iper-specializzazioni, con la conseguente perdita dell’auto-determinazione.  

La sfida della filosofia sta dunque in questo: non nel dialogo comodo ed istituzionalizzato della seduta philo o psicho -terapeutica, ma nel totale assoluto cambiamento delle prospettive. Non nel guardare ai servizi offerti dalla psicoterapia e dalla psicologia, ma nel sovvertimento degli stessi principi di cura psicologica, rendendolo riflessivo , resiliente, capace di trovare la verità per sé, come dice Kierkegaard. Il filosofo dunque, deve diventare filosofo vero, non semplice ascoltatore decontestualizzato in una seduta analista-paziente o filosofo-utente.

Oggi alcune domande vengono alla superficie della coscienza. Che senso ha investire molto del nostro tempo nel cercare o mantenere un lavoro più che altro per pagare un mutuo della casa? Perché investiamo tante energie e sforzi per acquistare una casa?

L’economia, leggendo Adam Smith è semplicemente un sistema a-morale, fondata sulla morte delle persone in periodi di eccedenza dell’offerta e aumento delle popolazioni in periodi di aumento della domanda. La nascita dello stato sociale ha creato l’illusione che sarebbe stato possibile superare la visione cinica di Adam Smith, ma il problema antropologico legato alla nozione di Nazione di Smith, consisteva in ultima analisi nella perdita delle qualità individuali e la necessità per la manifattura di avere uomini privi di specificità. Il lavoro fisso creò l’uomo incapace.

Di conseguenza, nell’era post-industriale, i lavoratori sono gettati nel mercato libero globale e selvaggio e nel suo futuro imprevedibile. Questi lavoratori sono persone che hanno perduto alcuni principi di sopravvivenza. La capacità di adattarsi fluentemente ai cambiamenti ciclici. Per alcuni il cambiamento di abitazione è un evento traumatico. Ma sappiamo ormai che cambieremo lavoro molte volte nella nostra vita, che alterneremo periodi di disoccupazione a periodi di duro lavoro. Cambieremo città, stato, impareremo nuove lingue e nuove professioni, e probabilmente faremo più lavori nello stesso tempo.  

L’andamento lineare della vita è sempre meno realistico. E’ forse opportuno negoziare l’idea di carriera con quella di sopravvivenza, dove questo “sopravvivere” va inteso in senso ampio, in quanto parole come “sopravvivere” o “lavorare” possono essere riferite ad altri concetti, quali “migliorare”, “evolvere”, “ciclico”, “frugale”, “interessi”, “cooperazione”, “necessario” e “cultura.”

La cultura, nel senso della cultura umanistica, è memoria, mentre la tecnica non ha memoria, e l’ultima soluzione tecnologica è la migliore e  annichila la precedente. La tecnologia così concepita genera informazione, che non è storia, ma aggiornamento costante di notizie che in quanto “ultime” sono le più importanti, mentre le precedenti vanno a fondo, senza alcun riguardo per la loro storicità.

BIBLIOGRAPHY

Appadurai A., Modernity at Large, the Social Dimensions of Globalism, Press Minneapolis 1998.

Coin F., Il produttore consumato, 2006, Il Poligrafo, Padova. 

Ehrenberg A, La fatigue d’etre soi. Dépression et societè, 1998

Barbara Ehrenreich B, Nickel and dimed: on (not) getting by in America 2002, NewYork.

Smith A, An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, 1776.

Held, David, McGrew, Anthony, Goldblatt, David, and Perraton, Jonathan, 1999, Global Transformations: Politics, Economics and Culture, Stanford: Stanford University Press.

Scholte, Jan Aart, 1996, “Beyond the Buzzword: Towards a Critical Theory of Globalization,” in Eleonore Kofman and Gillians Young (eds.), Globalization: Theory and Practice, London: Pinter.

Tomlinson, John, 1999, Globalization and Culture, Cambridge: Polity Press.

Rosa, Hartmut, 2013, Social Acceleration: A New Theory of Modernity, New York: Columbia University Press.

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