Lessico famigliare

by Luigi Amato Kunst

 

Essere sociali non vuol dire fare le stesse cose, ma conoscere ed anticipare il pensiero, le credenze, le azioni dell’altro. Questo meccanismo si chiama intenzionalità comune.

Cogliere un indizio per come questo è inteso e non prenderlo per quello che non è, vuol dire comprendere lo stato intenzionale degli altri componenti del gruppo.

L’intenzionalità è definita da Husserl la “proprietà fondamentale della coscienza”, la caratteristica di molti stati mentali di essere diretti verso o ad oggetti o situazioni nel mondo.

Comprendere lo stato mentale dell’Altro, è il fondamento del vivere sociale. Spesso invece, la semplice prossimità è scambiata per unione. W.S. Maugham, parla della prossimità come una sorta di “intimità del vivere di bordo, dovuta alla forzata vicinanza più che al comune gusto”.

Per affermare che “Noi” facciamo qualcosa insieme, è necessario avere una forma di intenzionalità collettiva, che è il potere della mente di essere congiuntamente diretto verso oggetti, fatti, situazioni, obiettivi, valori.

L’intenzionalità collettiva implica la “Noi-intenzione” anziché la “Io-intenzione”. “Noi-intendere” qualcosa, vuol dire condividere alcuni scopi comuni ed agire al fine di raggiungerli.

Di conseguenza, un’intenzione deve necessariamente essere condivisa e mette i partecipanti in condizione di agire congiuntamente intenzionalmente, in modo coordinato e cooperativo.

Non è infrequente che ci sia un fraintendimento nella struttura di istituzioni sociali come il matrimonio, relazioni di coppia o ruoli familiari, l’amicizia etc. John Searle definisce tali istituzioni sociali, che dipendono da accordi umani, fatti istituzionali.

Quando abbiamo a che fare con oggetti “dati bruti”, come il monte Everest o l’acqua o quel bosco, sembra che la realtà sia evidente e diretta. Ed è quello che normalmente chiamiamo realtà esterna. Tuttavia, non è possibile ignorare che esistono porzioni del mondo reale, fatti oggettivi del mondo, che sono “fatti” in quanto c’è un accordo umano (Searle 1995). In tal senso, ci sono “cose” solo perché abbiamo deciso o crediamo che esistano.  Denaro, proprietà, governi, matrimoni. Questi fatti sono oggettivi, perché non dipendono in alcun modo dalle nostre preferenze, gusti, valutazioni o attitudini morali.

Non è facile né intuitivo “vedere” la struttura leggera ed invisibile della realtà sociale. Alcuni vivono il matrimonio individualmente e non congiuntamente (jointly). Fare qualcosa insieme non significa necessariamente agire in modo congiunto. Bratman propone l’esempio di due estranei che passeggiano lungo un’affollata Fifth Ave. senza urtarsi; è difficile sostenere che stanno agendo congiuntamente. Ma ha senso affermare che stanno camminando insieme.

L’agire cooperativo condiviso presuppone comportamenti appropriati. Se dipingiamo la casa insieme, potremmo sia dipingere insieme senza agire in modo cooperante sia invece dipingere la casa cooperando. Bratman (1992) sostiene che, per agire insieme in modo cooperante, occorre soddisfare tre principi.  a) Essere reciprocamente “reattivi”, b) impegnati ed ingaggiati nell’attività cooperante e c) impegnati ad aiutarsi reciprocamente.

Quando un’attività è un agire cooperativo condiviso, ogni partecipante prova ad essere reattivo verso le intenzioni e le azioni dell’altro. Ciascuno cerca di dirigere il comportamento dando un occhio al comportamento dell’altro, consapevole che l’altro si comporta in modo analogo

Nell’agire cooperativo condiviso, ciascun partecipante ha assunto un impegno adeguato verso l’azione congiunta, e la loro reattività reciproca è il perseguimento di questa impresa.

Nell’agire cooperante condiviso, ciascun partecipante è impegnato nello sforzo di giocare il suo ruolo nell’attività congiunta. Se penso che tu hai bisogno di aiuto nell’eseguire una certa azione, sono preparato e predisposto a fornire l’aiuto.

Di contro, ogni volta che agiamo e ci comportiamo senza prestare attenzione al comportamento dell’altro, non siamo all’interno di una cooperazione condivisa. Se ciascuno non sa realmente cosa stia facendo l’altro, non possiamo affermare che stiamo agendo in modo congiunto. Posso ad esempio decidere di dipingere la casa e tu puoi decidere lo stesso, senza che questo corrisponda ad un agire congiunto, ma solo coincidente.

La struttura di un matrimonio, di una relazione, di un legame familiare o di un’amicizia, si fondano quindi su un meccanismo ideale, che implica responsività reciproca (ossia reattività, attenzione, presenza), impegno verso l’istituzione, e cooperazione. Tutte queste istituzioni che esistono per accordo umano, implicano quelli che Searle chiama “poteri deontici”, ossia diritti e obbligazioni. Molti dei problemi relazionali, sia di coppia che familiari, e sociali in genere, derivano da un fraintendimento dei meccanismi che regolano la realtà sociale. Lo “stare insieme”, spesso non segue le leggi dell’Agire Cooperativo Condiviso, ed è piuttosto comune “stare insieme” con un senso di prossimità, senza un agire congiunto.  

Un analista filosofico non è interessato a sentimenti o processi emotivi in gioco. Piuttosto è concentrato sui meccanismi e le leggi della realtà sociale, e le strutture che stanno a fondamento di eventi relazionali.  

 

 

BIBLIOGRAPHY

Bratman Michel E, (1992) Social Cooperative Activity, The Philosophical Review, Volume 101, Issue 2  327-341.

David Woodruff Smith and Ronald McIntyre, (1982) Husserl and Intentionality: A Study of Mind, Meaning, and Language (Dordrecht and Boston: D. Reidel 

Searle J.(1983)  Intentionality, Cambridge University Press.

Searle J (1995) The construction of social reality, The free press, NY.

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