Lo sportello filosofico online

by Luigi Amato Kunst

Abbiamo diversi e curiosi Orologi, ed altri che sviluppano Moti Alternativi
…e abbiamo pure Case degli Inganni dei Sensi, dove realizziamo con successo
ogni genere di Manipolazione, False Apparizioni, Imposture e Illusioni…
Queste sono o figlio mio le ricchezze della Casa di Salomone.
(Francis Bacon, New Atlantis, ed. Rawley, London, 1627)  

Il dialogo filosofico online è smantellare l’illusione di una vita a due dimensioni,  la semplificazione, il disimpegno, l’illusione di poter viaggiare senza muoversi, il teletrasporto che non porta in nessun luogo, l’ossessione di una cultura orizzontale che non va mai in profondità, che cerca di ingoiare tutto senza entrare nelle storie vere, senza leggerle e senza saperle vivere.

Qual’è la sfida di un dialogo filosofico a distanza, mediato da meravigliosi artifici della tecnologia, e che cosa cambia nel rapporto umano, se di umano questo rapporto possiede ancora qualcosa. Pensare che un dialogo online sia come una lezione a distanza, è come partecipare all’estasi di una sterilità infinità. E’ possibile entrare in questo labirinto solo con la consapevolezza che le due dimensioni non  ci riconsegneranno mai un corpo in carne ed ossa, ma una presenza non originaria, che mai ci consentirà di mangiare lo stesso cibo, dallo stesso piatto, di passarci il sale, di stringerci la mano.

Lo sportello filosofico online nasce dalla privazione del corpo. L’isolamento sociale si manifesta nella perdita di empatia.

Il dialogo filosofico avviene solo quando l’Altro può essere colto come trascendenza assoluta che sfugge ad ogni tentativo di oggettivazione (Obiekt), che  si rivela per infiniti adombramenti, e la sua essenza è il non-Io. L’Altro non si lascia cogliere, ma ci nega continuamente, per cui non è qualcosa, ma è un vuoto inquietante del nostro Io.
Questo è l’Altro.

L’empatia è percepire uno stato psichico attraverso il contatto corporeo, poiché non può esserci psiche senza un corpo e corpo senza psiche, e lì dove percepisco la presenza psichica dell’altro, c’è anche un corpo vivente (Leib), contrapposto a corpo anatomico, manichino meccanico seicentesco (Körper).

Ma senza un corpo vivente a cui far riferimento occorre mediare con un’immagine che è un surrogato, per cui la mia esperienza non è mai vissuta in modo originario, come un corpo in carne ed ossa, ma è derivata, disimpegnata.  

Per cui, questo affascinante vuoto per sottrazione, non accade se di fronte a me ho uno schermo. Perché l’Altro può essere sempre ‘spento’ annullato e visto in modo bidimensionale. L’altro è per così dire un’ illusione, che esiste nello strato delle superfici, che per quanto complesse e ricombinate da sembrare un solido, se fossero un solido non potrebbero stare in piedi.

L’esperienza dell’altro non è un’esperienza ‘solida’ ma un mio gioco di incastri a due dimensioni, che per quanto sofisticati non creano la tetradimensione, per cui entrando da un lato si esce poi in un universo sconosciuto.

Nell’incontro filosofico la dinamica filosofica sta esattamente nel comprendere l’impossibilità di sapere l’Altro. L’Io tenta di aver ragione dell’altro, riducendolo a qualcosa di spiegabile, ma così fallisce perché trova solo un’assenza.  

L’altro è manifestazione, ‘nei limiti in cui si manifesta’, non riducibile a schemi o categorie. L’Io cerca di fagocitare l’altro rendendolo oggetto, per ricondurlo ai propri schemi, spogliandolo della sua unicità trascendentale che non coglie. Così facendo, l’altro viene solo spiegato e mai compreso. Leggiamo l’altro per analogia deducendolo dalle nostre categorie.

Il dia-logo è efficace solo se accade in una terra di nessuno (Dazwischen) dove le certezze di ciascuno si impoveriscono e ci si muove lungo sentieri ai limiti del senso.

Occorre imparare la dis-affermazione, la non presenza che ascolta, capace di dimenticarsi del suo ‘Io’, attorno a cui la cultura Occidentale ha organizzato la soggettività, che in un’estenuante gioco di  auto-affermazione, nega l’Altro per renderlo ‘nutrimento terrestre’ da fagocitare.

E l’Io così tanto preso dal se stesso, non si riconosce attraverso l’altro, ma ne percepisce la resistenza, a volte spaventosa,  l’attrito che il reale esercita sulle vuote astrazioni del Sé.

La cultura del sé come il proprio sé, crea solo concettualizzazioni astratte, illusioni immaginifiche, alienazione, circoli viziosi, permutazioni del pensiero, ma nessuna vita intersoggettiva o conoscenza dell’altro.